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Stipendi triplicati, maggiore visibilità e nuove opportunità non cancellano precarietà economica e stress psicologico. Il rapporto FIFPRO 2026 racconta il lato più fragile della crescita del calcio femminile.
C’è un pallone che rotola verso il futuro, stadi che si riempiono e un calcio femminile capace di conquistare spazi sempre più importanti nel panorama sportivo mondiale. Le tribune raccontano una crescita costante, i grandi club investono, gli sponsor aumentano e le partite raggiungono milioni di persone.
Ma dietro le luci della ribalta si nasconde una domanda scomoda: quante calciatrici possono davvero permettersi di continuare a inseguire il proprio sogno?
La risposta arriva dal rapporto globale “Working Conditions in Women’s Football 2026” della FIFPRO: il 49% delle giocatrici intervistate sta considerando un ritiro anticipato. Quasi una su due. Un dato che impone di guardare oltre risultati, classifiche e grandi eventi, perché la crescita del movimento non coincide sempre con una reale sicurezza professionale per le sue protagoniste.
L’indagine, basata su questionari e interviste a circa 800 calciatrici nel mondo, fotografa una realtà attraversata da opportunità sempre maggiori ma anche da profonde disuguaglianze. Tra chi pensa di lasciare il calcio, il 59% indica difficoltà economiche e il 46% segnala problemi legati allo stress psicologico.
Due ostacoli che rischiano di trasformare la passione in una corsa a ostacoli.
Stipendi in crescita, ma non per tutte
Dal 2017 gli stipendi medi mensili nel calcio femminile sono triplicati, raggiungendo i 2.601 dollari. Un segnale evidente di quanto il movimento stia crescendo a livello internazionale.
In Italia, il professionismo introdotto nella Serie A Femminile ha portato nuove tutele e un sistema salariale più strutturato. Per la stagione 2026-2027 i minimi retributivi federali prevedono:
Minimi retributivi lordi annui
Over 24 anni
- da 26.664 a 27.464 euro
Tra 19 e 23 anni
- da 20.263 a 20.871 euro
Tra 16 e 18 anni
- da 14.397 a 14.829 euro
Retribuzioni medie e top player
- Le giocatrici di fascia media percepiscono generalmente tra 30.000 e 40.000 euro lordi annui.
- Le migliori calciatrici della Serie A Femminile possono superare i 150.000 euro annui.
- Alcune top player dei club di vertice raggiungono compensi vicini o superiori ai 200.000 euro.
Numeri che raccontano una crescita importante rispetto al passato. Tuttavia la realtà quotidiana rimane molto diversa per una larga parte delle atlete.
La mediana salariale globale si ferma infatti a 1.669 dollari al mese. In altre parole, metà delle calciatrici guadagna meno di quella cifra.
La crescita del calcio femminile, dunque, non coinvolge tutte allo stesso modo. Accanto ai campionati che attraggono investimenti e visibilità, esistono ancora realtà nelle quali vivere esclusivamente di calcio rappresenta una sfida quotidiana.
Una ricerca realizzata nel 2024 da FIFPRO, FIFA ed Edith Cowan University su 736 calciatrici di dodici Paesi e sei continenti mostra inoltre che il 27% delle intervistate svolge un secondo lavoro e il 36% segue parallelamente un percorso di studio o formazione.
Per molte atlete, allenamenti, trasferte e partite devono quindi convivere con università, impieghi e altri impegni professionali. Una situazione che incide inevitabilmente sul recupero fisico, sulla qualità della vita e sulla durata della carriera.
Contratti fragili e salute mentale: le sfide invisibili
La precarietà non riguarda soltanto gli stipendi.
Secondo FIFPRO, il 56% delle calciatrici possiede un contratto di lavoro regolare e appena il 13% beneficia di una copertura pensionistica garantita dal club.
Qualche passo avanti è stato compiuto. La durata media dei contratti è passata da dodici a diciannove mesi e il numero di giocatrici assistite da un agente è cresciuto dal 14% al 41%.
Ma programmare il futuro resta complicato.
Gli infortuni, i mancati rinnovi, le difficoltà economiche delle società e l’incertezza del mercato possono cambiare il percorso professionale di una calciatrice nel giro di pochi mesi.
A preoccupare è anche la salute mentale.
Il 57% delle giocatrici intervistate dichiara di aver attraversato difficoltà psicologiche nel corso della carriera e, tra queste, circa la metà afferma di non aver ricevuto alcun supporto dal proprio club.
Pressione dei risultati, aspettative, precarietà economica e responsabilità personali possono trasformarsi in un peso difficile da sostenere.
Per questo motivo il supporto psicologico non dovrebbe essere considerato un servizio accessorio, ma una componente essenziale della vita sportiva moderna.
Dietro ogni atleta c’è una persona. E nessuna prestazione dovrebbe richiedere il sacrificio del proprio equilibrio emotivo.

Italia e Stati Uniti: due strade per crescere
Il 1° luglio 2022 ha rappresentato una data storica per il calcio femminile italiano.
Con l’introduzione del professionismo nella Serie A Femminile, le calciatrici hanno ottenuto nuove garanzie contrattuali, previdenziali e lavorative.
La sfida, però, non riguarda soltanto il massimo campionato. Per consolidare davvero la crescita del movimento sarà necessario ridurre il divario economico e organizzativo che ancora separa la Serie A dai campionati di Serie B e Serie C.
Un modello particolarmente interessante arriva dagli Stati Uniti.
La National Women’s Soccer League ha introdotto un accordo collettivo valido dal 2024 al 2030, collegando il tetto salariale alla crescita dei ricavi commerciali e dei diritti audiovisivi.
Il principio è semplice quanto rivoluzionario: se il campionato cresce, devono crescere anche le opportunità per le sue protagoniste.
Sempre più talenti scelgono l’estero
Un altro fenomeno sempre più evidente riguarda la mobilità internazionale delle calciatrici.
Molte giocatrici della Serie A Femminile, ma anche di altri campionati emergenti, scelgono oggi di trasferirsi all’estero alla ricerca di stipendi più elevati, strutture migliori, competizioni più prestigiose e maggiori prospettive professionali.
Gli Stati Uniti sono diventati una delle destinazioni più ambite grazie alla crescita della NWSL, mentre in Europa continuano ad attrarre talenti la Women’s Super League inglese, la Liga F spagnola, la Bundesliga tedesca e il campionato francese.
Per molte atlete non si tratta soltanto di un’opportunità sportiva, ma di una scelta necessaria per costruire una carriera economicamente sostenibile.
Dove esistono contratti più sicuri, investimenti più consistenti e maggiori tutele professionali, cresce inevitabilmente anche il potere di attrazione dei campionati.
Il rischio per il calcio femminile italiano e per altri movimenti in fase di crescita è di vedere partire alcune delle proprie giocatrici migliori proprio nel momento in cui servirebbero figure di riferimento capaci di trainare lo sviluppo del campionato.
La globalizzazione del calcio femminile rappresenta una grande opportunità, ma pone anche una domanda cruciale: i campionati nazionali saranno in grado di trattenere i propri talenti?
Maternità e diritti: una partita che vale il futuro
Negli ultimi anni sono arrivati segnali incoraggianti anche sul fronte della tutela della maternità.
Gli standard internazionali introdotti dalla FIFA prevedono almeno quattordici settimane di congedo retribuito, oltre a una serie di misure dedicate alla tutela della famiglia, dell’adozione e del benessere delle atlete.
I risultati iniziano a vedersi.
La percentuale di giocatrici che considera di lasciare il calcio per costruire una famiglia è passata dal 47% del 2017 al 19% attuale.
Un dato che dimostra quanto le tutele concrete possano incidere sulla libertà di scelta e sulla durata delle carriere sportive.
Il futuro del calcio femminile passa dai diritti
Resta ancora una distanza importante tra i progressi compiuti e gli obiettivi da raggiungere.
Solo una parte delle leghe professionistiche dispone di accordi collettivi in grado di garantire standard condivisi per stipendi, strutture, assistenza sanitaria, tutela psicologica e condizioni di lavoro.
Il calcio femminile ha conquistato pubblico, investimenti e visibilità. Ora deve dimostrare di saper proteggere le donne che rendono possibile questa crescita ogni giorno.
Quel 49% di giocatrici che pensa di smettere non è soltanto una statistica.
È il volto nascosto di un movimento che corre veloce, ma che deve ancora consolidare le proprie fondamenta.
Dietro ogni percentuale ci sono sacrifici, rinunce, infortuni, trasferte, sogni coltivati fin da bambine e la volontà di trasformare una passione in una professione.
La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto riempire gli stadi o aumentare gli ascolti televisivi.
Sarà garantire alle calciatrici dignità professionale, sicurezza economica, salute mentale e opportunità all’altezza del loro talento.
Perché un calcio femminile davvero moderno non si misura soltanto dai trofei vinti o dai bilanci dei club.
Si misura dalla capacità di non lasciare indietro nessuna.
E la vittoria più importante non sarà una coppa sollevata al cielo, ma la possibilità per ogni ragazza di continuare a giocare senza dover scegliere tra il proprio sogno e la propria serenità.
Danilo Billi

